Anticorpi Monoclonali, non per tutti

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La pandemia ha determinato un’accelerazione della ricerca e rivoluzionato tutti gli standard vigenti appena un anno fa, dando spazio ad autorizzazioni di emergenza anche in carenza di solide ed inequivocabili prove di efficacia. L’esempio più recente di questa emergenza autorizzativa è stato senz’altro il dibattito scientifico e mediatico sul tema degli anticorpi monoclonali nei pazienti con Covid-19 di gravità lieve o moderata. La discussione sulla validità e appropriatezza di questa classe di farmaci ha infatti  interessato l’ampia comunità scientifica internazionale e tutti i paesi del mondo occidentale. Nelle scorse settimane anche nell’agenzia regolatoria italiana le differenti posizioni si sono confrontate accesamente, e ampio risalto mediatico è stato dato alle diverse posizioni sollevate dalla decisione di introdurre questo farmaco nelle opzioni terapeutiche per i pazienti Covid-19. La fase più acuta del confronto si è ora conclusa, in Italia i primi due anticorpi monoclonali sono stati approvati con un provvedimento ad hoc e, analogamente, l’americana FDA ha stabilito una “emergency authorization”.

Considerando la tempistica inevitabilmente lunga della vaccinazione anti-Covid-19, l’esigenza di disporre di trattamenti specifici resta comunque prioritaria e la ricerca in argomento dovrà proseguire con intensità, sia nello sviluppo e test di nuove molecole (ivi compresi altri monoclonali), sia nella conduzione di trial clinici e raccolta di evidenze nello scenario applicativo.

A prescindere dalle decisioni adottate dagli enti regolatori, la terapia del Covid-19 con anticorpi monoclonali pone problemi nuovi che è opportuno esaminare. Un’autorevole valutazione sull’argomento è stata pubblicata dal JAMA in un editoriale del 21 Gennaio scorso (“Neutralizing Monoclonal Antibody for Mild to Moderate Covid-19”, JAMA 2021;325:644). Anzitutto, gli anticorpi oggetto di questa prima approvazione provvisoria non si sono dimostrati efficaci nei pazienti Covid-19 ospedalizzati. Al contrario, un trial condotto in outpatients con malattia lieve o moderata ha riscontrato una diminuzione della viremia e una ridotta necessità di accedere agli ospedali.

Questi risultati sollevano questioni assistenziali rilevanti, soprattutto perché la somministrazione di questi anticorpi va eseguita in ambito ospedaliero richiedendo la definizione di percorsi, spazi e personale dedicato. Altro elemento di criticità è dato dalla definizione della popolazione target, stante l’ampia platea di soggetti potenzialmente interessati perché portatori di uno o più dei fattori di rischio che identificano l’indicazione terapeutica per questi anticorpi (età, obesità, diabete, insufficienza renale, immunodepressione).

Terminato il tempo della polemica e della discussione, per una reale e sostenibile applicazione di questo strumento terapeutico, l’attenzione degli scienziati e degli operatori dovrà ora essere posta sulla definizione dei percorsi di accesso (quali pazienti, in quale fase della malattia), di terapia (sedi ospedaliere, minimizzazione del rischio e carico sui già gravati ospedali), e di monitoraggio degli esiti (riduzione dei ricoveri, durata della malattia, eventi maggiori).

Andrea Messori, Giandomenico Nollo

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